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S'INAUGURA MERCOLEDÌ IL SETTANTESIMO FESTIVAL DEL CINEMA DI CANNES 2017: RIMESCOLARE LE CARTE, UN'ARTE TUTTA NUOVA?
  Stampa questa scheda Data della recensione: 15 maggio 2017
 
(2017)
 

La prima impressione nei confronti dell’imprescindibile monumento cinematografico che s’inaugura dopodomani (17–28 maggio) è di trovarsi confrontati a un mostro dalle varie teste. Un paradosso, ricco di tre anime che tentano di convivere, una a dispetto dell’altra. La prima è quella dei festival in genere, che gode di una invidiabile, apparentemente inscalfibile salute. Ma già la seconda, quella che concerne il consumo che facciamo delle loro immagini, è in una condizione più precaria. In quanto alla terza, il Cinema (beninteso, quello con la maiuscola) sta decisamente peggio. A tal punto, che non sono in pochi a considerarlo moribondo.

Per contradditorio che sia, l’equivoco è spiegabile. I festival prosperano (Cannes in particolare; ma l’esempio più eclatante rimane Locarno) poiché, in una società fusa solo in apparenza dalla tecnologia globalizzante, è viva l’esigenza di un incontro vero, fisico, psicologico, finanche affettivo. Al polo opposto, ecco però l’assottigliarsi dello spazio ritenuto da sempre indispensabile alla fruizione di un’arte collettiva come il cinema. La sala, destinata da quella stessa evoluzione tecnologica e sociale a mutare, se non proprio scomparire: in un luogo multifunzionale d’incontri e di eventi, termine fra i più abusati in circolazione. Fra quelle due entità dalle fortune opposte ciò che sta in mezzo è destinato a mutare: l’uso e la qualità dell’audiovisivo, sempre più ad immagine del consumo che lo condiziona, sbrigativo e banalizzante.

Nella sua forza, ma in modo quasi impercettibile, Cannes 2017 riflette questa situazione. Come abbiamo intitolato un primo commento al programma, c’è la sorpresa di un festival ringiovanito. Ma nel contempo, a poche ore dal film di Arnaud Desplechin Les fantômes d’Ismael che ha l’onore talora infido di dettare il tono alla lunga serie che seguirà, ecco emergere altri segni che sottolineano il desiderio (o la necessità?) per il festival dell’ambitissimo tappeto rosso di adeguarsi a quanto sopra. Da un lato, l’esuberante selezione di nomi casalinghi rigorosamente firmati da Autori: ma quante, e quando, le pellicole dirette dagli Ozon, Doillon, Amalric, Cantet, Depardon, Garrel, Dumont, Denis finiranno per essere visibili sugli schermi internazionali?

Ecco allora l’altro aspetto di Cannes. Tra gli avvenimenti probabilmente più attesi c’è il primo film, Carne y arena, girato nella tecnica inedita VR, la "realtà virtuale", dal grande Alejandro Inarritu: nulla a che vedere con il tradizionale lungometraggio dall’abituale durata. Quindi, e forse soprattutto, ecco il ritorno quasi insperato di uno dei maestri del cinema moderno, David Lynch; e della prima e unica regista femminile che abbia mai vinto una Palma d’Oro, la neozelandese Jane Campion di Lezioni di piano (1993). Ma non si tratta di un ritorno al passato: con, rispettivamente, i due episodi attesi da anni che fanno da seguito al mitico Twin Peaks e la seconda stagione dello splendido Top of the Lake eccoci proiettati nel campo (certo, a livelli fra i più sopraffini) delle popolarissime serie televisive. Un settore dal successo ormai imperante, ma non solo: la possibilità di un nuovo linguaggio, di una sorta di slow food della scrittura in immagini che, forte della sua durata praticamente illimitata, sta conquistando una schiera sempre più importante di cineasti, anche fra i più esigenti. Tutti sedotti dalle possibilità concesse da tempi d’immedesimazione, nei personaggi come nelle situazioni, del tutto impensabili in epoca di lungometraggi per lo più affannosamente accelerati.

In epoca di visionamenti di pochi minuti al telefonino non sarà la soluzione universale. Tanto più che non priva da pericoli di altra specie, come abbiamo potuto constatare da una insperata proiezione anticipata di Blade of the Immortal, il film (fuori concorso) firmato da un grande del cinema asiatico, Takashi Miike. Questa lunga vicenda, dovutamente ambientata nell’epoca mitica dei samurai, era attesa freneticamente in Giappone non tanto per la fama d’autore di Miike; ma per essere tratta da una popolarissima serie manga, in auge dal 1993 al 2015. Ebbene, il risultato conferma il virtuosismo straordinario del cineasta: che culmina in un’allucinante sequenza dove al protagonista, solo con la propria spada, riesce l’impresa (storica, pare) di stendere al suolo la bellezza di 100 colleghi spadaccini. Ma la drammaturgia della pellicola, costretta a concentrare nei suoi 140 minuti tanti anni di personaggi e accadimenti cari ai suoi lettori, finisce per afflosciarsi desolatamente. Mescolare le carte per giocarle su più fronti: tutta un’arte nuova che forse meglio riuscirà sulla Croisette.

 

 

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