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FESTIVAL DI CANNES 1979 (1)
  Stampa questa scheda Data della recensione: 24 maggio 1979
 
Forman, Rosi, Allen, Wajda, Risi, Téchiné, Brejen, Delvaux, Corneau, Malik, Armstrong, Jancso, Ritt, Comencini, Schloendorff, Coppola (1979)
 

10 maggio: Forman

HAIR ha aperto il Festival. Tre proiezioni in una sala da duemila posti non sono state sufficienti per contenere la marea degli accreditati a Cannes 79. Ragione per la quale, il film l'ho visto poco e male. Ne riparleremo alla prima occasione: ma da quel poco, sì può dire che il regista cecoslovacco, ora diventato cittadino americano, è uno dei maestri dell'uso della musica al cinema. Lo si sapeva dai tempi di di TAKING OFF. Ancora prima, dalle sue commedie cecoslovacche. Riproposta sullo schermo dieci anni dopo la sua apparizione sui palcoscenici, la celebre commedia musicale ha conservato il suo sapore provocatorio. Non più per l'hippysmo, il pre-Vietnam, il rock, le parolacce o il nudo. Che sono passati di moda. Ma perché Forman non è uno che rinunci a passare sullo schermo delle idee, solo perché fa un musical. HAIR è segnato da una continua invenzione registica. Che metta in scena dei ballerini a Central Park non ha molta importanza. Dietro ad ogni nota c'è uno sguardo posato sulla nostra società.

11 maggio: Rosi e Allen

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI è un film che, a prima vista, può sconcertare. Un treno, un torpedone, un vecchio taxi, un viaggio interminabile; poi la Lucania. Gian Maria Volonté, è il Levi esiliato nei sud dai fascisti del grande romanzo italiano. Il film è molto lento; Volonté osserva la realtà che gli si presenta sotto gli occhi, i contadini del paesino in cima ad un colle isolato nel paesaggio lunare della Calabria, la piccola borghesia, il podestà. Osserva e medita su una situazione di emarginazione. Non di miseria. Non ci sono gli stracci, pretesto di spettacolo. E su questa constatazione il film, a prima vista abulico, prende forma. Rosi non fa più del cinema irruente. Sfiducia nella politica gridata, nel militantismo, nel partitismo? No, semplicemente invecchio, dice. E gli avvenimenti attorno a me degli ultimi anni, mi hanno cambiato. Come l'Olmi dell'ALBERO DEGLI ZOCCOLI, Rosi sente il bisogno di ritornare nel passato, alla terra, al ritmo quotidiano e primordiale dell'uomo. Non per rimpiangere, ma per constatare l'eternità, l'immutabilità di una condizione. EBOLI diventa così, poco a poco, una meditazione pacata, sofferta. E ci si accorge che la grande onestà, la sincerità, la qualità prima di Rosi che è quella di fare un cinema della ragione, traspare anche con questo suo nuovo ritmo, con questa sua costruzione classica, cosi lontana dalle invenzioni frenetiche di IL CASO MATTEI o di LE MANI SULLA CITTA'.

L'attuale, e un momento di ripensamento, per certi maestri del cinema. I tempi non invitano alle avventure. Come per Rosi, anche per Woody Allen questa sosta è proficua. MANHATTAN è probabilmente un capolavoro; a Woody riesce qualcosa di estremamente difficile, unire comicità e dramma, risata e riflessione, satira e compiutezza psicologica. Filmato in un bianco e nero che rende splendidamente la grazia ben nota della metropoli americana, MANHATTAN contiene battute esilaranti, come sempre. Ma, anche, per la prima volta nell'opera di Allen, dei personaggi perfettamente compiuti. Che s'impongono per la loro credibilità umana, che diventano poetici perché Allen non è un buffone, come si ostinavano a credere in molti. Ma certo, un poeta tra i più delicati del cinema di oggi.

12 maggio: Wajda

E' IL film della competizione e, per diversi giorni, esattamente fino al giorno di APOCALYPSE NOW, rimarrà il solo candidato serio alla Palma d'Oro. Ancora una volta, cinema del ripensamento. Coraggio, a quasi 70 anni e una carriera tra le più gloriose, di dire: abbiamo sbagliato tutti. Da oggi, si cambia.

13 maggio: Risi e Téchlné

CARO PAPA': questa volta la commedia all'italiana non l'hanno difesa nemmeno i francesi. Che da anni, giustamente, si battono per questo. Ma l'ultimo film di Dino Risi è tra i più deboli che l'autore di PROFUMO DI DONNA e di ANIMA PERSA abbia fatto da diversi anni. C'è Gassman finanziere di lusso, con moglie a Ginevra e amante a Roma. Una figlia drogata e un figlio col quale s'accorge di aver scambiato si e no due parole negli ultimi mesi. Il finanziere cerca di rimediare, ma il figlio è entrato nelle Brigate e coi suoi amici tenta addirittura di far fuori il padre. Il proposito di Risi è chiaro: passare dalla risata al gelo del dramma più assoluto, da Molière a Shakespeare. Ma i suoi personaggi sono di un conformismo e di una approssimazione totale, tutta la costruzione di uno schematismo puerile. Gassman fa il proprio verso con scarsa convinzione. E lo stesso Risi, qui a Cannes, sembrava essere il primo a dubitare del risultato globale. In Téchiné si poteva credere. Il suo precedente BAROCCO era una esercitazione linguistica  come spesso succede da quelle parti  ma il gioco ad incastro riusciva con un fascino tutto particolare. Nelle SORELLE BRONTE il fiasco è completo: certo, chi conosce Téchiné non poteva attendersi una biografia classicheggiante delle celebri sorelle della letteratura inglese. Ma perlomeno una dissertazione, dotta, sul fascino del «doppio». Brandwell, il fratello maledetto nel quale erano riposte tutte le ambizioni della famiglia, che si autodistrugge (cancellandosi letteralmente dal famoso dipinto nel quale appare con le sorelle; dipinto conservato alla National Gallery). E le sorelle, emarginate nella landa inglese, che ne assumono la personalità (artistica, psichica) per trasfondere in creazione i terribili umori che legano il nucleo familiare. al regista. Ed il tonfo, vista l'ambizione dell'impresa, è doloroso.

14 maggio: Brejen e Delvaux

Cinema norvegese, quello di Anja Brejen, giovane regista segnalatasi anche a Locarno. Ci si attende anticonformismo e spregiudicatezza. La storia (un gruppo di famiglia si sbrana per una eredità) è condotta con rigore e grande misura. Fin troppa: si segue, si approva, ma ci si scuote poco. André Delvaux, belga di ottima reputazione nei «milieux cinéphiles», è stato (finora) il più interessante fra i nomi non grandissimi. La sua FEMME ENTRE CHIEN ET LOUP racconta di una giovane sposa di Anversa che si ritrova, agli inizi dell'ultima guerra, un marito collaborazionista che se ne parte con le SS. E un amico partigiano, che s'installa nel domicilio coniugale fino al ritorno del nazista. Un po' prolisso sul finale (con il «messaggio» che diventa di conseguenza fumoso, per non dire ambiguo) il film è opera di una personalità di indubbia sensibilità. E originalità: cosa che sta diventando preziosa di questi tempi.

15 maggio: Corneau e Malik

SERIE NOIRE porta un titolo che non mena buono, visto che dovrebbe segnare il rilancio dei francesi. Alain Corneau è un regista di polizieschi, alla Melville. Dipingere un personaggio, un ambiente, per constatare una condizione umana più eterna. Qui Patrick Dewaere è un poveraccio di periferia, che comincia con un paio di spacconate e finisce pluri assassino, quasi senza rendersene conto. SERIE NOIRE è tutto giocato sui toni eccessivi, quasi isterici. Con un protagonista simpatico si può speculare sui sentimenti provocati dall'identificazione degli spettatori. Con Dewaere la cosa non funziona, una questione di pelle. Vien fuori una periferia squallida ed allucinata, certamente indovinata e sofferta. Ma è tutto. l film di Terrence Malik, I GIORNI DEL CIELO, viene lanciato a Cannes dal medesimo produttore che in passato aveva fatto conoscere EASY RIDER e FIVE EASY PIECES; il meglio, cioè, del cinema americano giovane di sei o sette anni fa. Sarà curioso vedere se l'operazione gli riuscirà egualmente con Malik, una delle novità maggiormente discusse qui a Cannes. Il film porta degli operai di Chicago, divenuti stagionali per la raccolta del grano, a contatto con un ricco latifondista texano. Una storia chiarissima nella propria elementarità, che sui dialoghi scarni sposa il ritmo delle stagioni, il respiro della terra. C'è tutto il vigore di significati del cinema americano quando si ritrova al cospetto dei grandi spazi, tutto il fascino mitico della fuga migratoria che ha sempre impressionato gli artisti di quel paese. La fotografia che ha vinto un Oscar, è sontuosa. Fin troppo: per i difensori di Malik è un calligrafismo utile, al discorso di fondo. Per gli altri, dell'estetismo che mal si accompagna agli aratri.

16 maggio: Armstrong e Jancso

Il cinema australiano era già venuto a Cannes un anno fa, mostrando di aver ormai assimilato un buon mestiere di stampo hollywoodiano. Gill Armstrong è una ventenne che con LA MIA BRILLANTE CARRIERA fa opera di discreto femminismo. Il suo film è su una giovane australiana che, agli inizi del secolo, rinuncia al matrimonio per conservare la propria indipendenza professionale e artistica. Girato con degli attori esperti della vecchia scuola anglosassone, delicato e spiritoso, il film si vede con piacere. Una freschezza virginale cui manca un poco di spregiudicatezza, ma che si preferisce a certi intellettualismi velleitari, tipici dei festival. Non è il caso di Miklos Jancso, naturalmente. Che in passato ci ha dato opere straordinarie come SALMO ROSSO, I BIANCHI E I NERI o L'ARMATA A CAVALLO. L'ungherese, dopo la parentesi all'estero, è tornato alla storia del proprio paese, illustrando la vita del figlio di un proprietario terriero, che uccide da giovane il rappresentante politico dei contadini, ma che diventa in seguito antifascista e partigiano. Articolato in due episodi (RAPSODIA MAGIARA e ALLEGRO BARBARO) il racconto conferma la stanchezza inventiva di Jancso. Quello che una volta lasciava allibiti (la portentosa invenzione formale, i continui movimenti degli attori e della camera, l'uso delle musiche e dei colori, il ricorso ai simboli) ora sembra aver perso la propria efficacia.

17 maggio: Ritt e Comencini

Martin Ritt, ormai più vicino ai settanta che ai sessanta, ha un ruolo ben preciso nel cinema americano. Descrivere la realtà, i problemi proletari, sovente il Sud. Un tipo, quindi, abbastanza anticonformista, in una produzione che ha sempre privilegiato le situazioni ed i personaggi elitari. NORMA RAE descrive la nascita dei movimenti sindacalisti nel Sud reazionario. Non trent'anni fa, ma nel 1978... E' un film onesto, privo di genio ma non di cuore. Ritt, ex attore, ha sempre diretto i suoi con immediatezza. E, questa volta, ha trovato una ragazza piena di fuoco e di umanità, che dà peso all'intera pellicola, Sally Field. Altro ambiente, quello dell'autostrada di Comencini per L'INGORGO: un po' come in OTTO E MEZZO, nella scatoletta di metallo bloccata dal traffico, possono liberarsi i veri istinti umani. La prime invenzioni del film, oltre che le intenzioni dello stesso, sono ottime. Come Risi, anche Comencini vuol arrivare al dramma, diciamo pure universale, incominciando dalla battuta di Alberto Sordi. Se non ci riesce fino in fondo, perdendosi nei bozzetti, è per mancanza di tempo e, forse, non per assenza di genio Quello, intendiamoci, con una grande G.

18 maggio: Fellini e Schloendorff

Anche se PROVA D'ORCESTRA non era ancora uscito in Francia, il Festival ha forse un po' speculato sui tempi proponendolo come novità. In quanto al IL TAMBURO DI LATTA occorre riconoscere a Volker Schloendorff una grande preparazione, un approfondimento culturale e un senso dell'organizzazione spettacolare per aver osato ridurre al cinema la materia ampia e multiforme del capolavoro di Günther Grass. Dei grandi registi tedeschi è anche però quello che con maggiori difficoltà riesce a trascendere l'immagine. Il suo è sempre un cinema intelligente, ma freddo e ragionato. La maggior trovata del film è nella scelta del ragazzino Oscar, che a tre anni decide di rinunciare a crescere, in segno di rifiuto e di protesta nei confronti della società. Un attore dodicenne che compie il miracolo di risultare credibile a tre anni di età come a quindici. Ma, per il resto, il film commuove difficilmente, incanta ancor meno e, diciamolo pure, finisce con l'accusare le sue due ore e mezzo di durata.

19 maggio: Coppola

Comprimere APOCALYPSE NOW in questa cronaca affrettata è un delitto. Ritorneremo con più calma, quando il film uscirà in autunno. Il regista del PADRINO e di COVERSATION PIECES ha messo tutti i suoi soldi in questa impresa colossale. A prima vista il film è un documento sul Vietnam: un capitano americano di stanza a Saigon viene inviato in missione segreta ad eliminare un altro americano, un altro ufficiale, impazzito nel profondo della giungla, dopo un passato guerriero esemplare. Tratto da un romanzo di Joseph Conrad, il film scopre quasi subito le sue carte. Non di azione di guerra si tratta, bensì di un viaggio allucinante nella follia. Gli elicotteri, ripresi con un realismo agghiacciante, attaccano un villaggio vietnamita al suono di Wagner. Nella base americana nella giungla le conigliette di Playboy mettono in scena uno spettacolo nel quale sesso e frustrazioni si mescolano in modo allucinante. Tra le Kawasaki ed i transistor venduti al mercato si aggirano personaggi tragicomici, che pensano allo sci d'acqua o al surf tra i cadaveri ed il napalm. Man mano che la piccola pattuglia in missione risale un fiume nella giungla, il sorriso si spegne, e la tragedia assume tutta la sua dimensione. Dimensione tanto più assoluta per il fatto che Coppola riesce a renderla astratta, metafisica. Coppola ha fatto un film di una ricchezza tematica e formale sbalorditiva. Uno spettacolo grandioso, nel quale tutti i temi del cinema americano degli ultimi anni vengono abbordati: dal consumismo alla tecnologia, dal mito cinematografico al colonialismo, dal fumetto alla musica popolare. Senza mai, al contrario del film di Cimino che rappresenta il termine obbligato di confronto (THE DEER HUNTER), perdere di vista l'obiettivo principale: una condanna non solo della guerra, ma un'analisi della degenerazione che porta l'uomo alla violenza. Film d'invenzioni sbalorditive, dell'intelligenza nell'andare al profondo del dramma, arte consumata dello spettacolo, il film di Coppola perde un poco della sua lucidità a dieci minuti dalla fine. Forse, quando compare il già celebre personaggio interpretato da Marlon Brando, non tutto funziona a dovere.

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