3412 recensioni a vostra disposizione!
   
 
 

FESTIVAL DI CANNES 1978 (2)
  Stampa questa scheda Data della recensione: 2 giugno 1978
 
Olmi, Mazursky, Skolimovsky, Ferreri, Oshima, Handke, Moretti, Littin, Reisz, Zanussi, Malle, Weill, Dassin, Ashby, Makk, Saura, Chabrol (1978)
 

Quando vi scrivo queste note, da Cannes, è lunedì. Anche se manca un solo film, , il festival finisce domani sera. E quindi non posso dirvi quello che tutti vogliono sapere quando m'incontrano, se cioè ha vinto il migliore. Per sgomberare subito ogni dubbio da quel giochetto indispensabile, ma ancor più dubbio, costituito dalle cosiddette premiazioni, vi dirò la mia. Poi non ne parliamo più fino all'anno prossimo. Dunque: Palma d'Oro sacrosanta a L'ALBERO DEGLI ZOCCOLI di Ermanno Olmi. Ci sarebbe una sola ragione per non assegnare la massima ricompensa a questa testimonianza di vita esemplare: che il primo premio l'hanno già dato, un anno fa, agli italiani, con PADRE PADRONE. Ebbene, sarebbe un'ulteriore dimostrazione della fesseria di questi premi. Del film vi abbiamo già detto, diffusamente, una settimana fa: è un film universale ed eterno, fuori del tempo, delle mode e delle regole dello spettacolo. Più che vedere chi non possa amarlo, non vedo chi possa non amarlo... Dopo il film di Olmi, queste altre opere si sono elevate al disopra delle altre: AN UNMARRIED WOMAN di Paul Mazusky, THE SHOUT di Jerzy Skolimovsky, CIAO MASCHIO di Ferreri. Al primo darei il premio per l'interpretazione femminile a Jill Clayburgh, perché l'opera è uno dei ritratti femminili più intelligenti e delicati che ci abbia dato il cinema americano. Al secondo il premio per la regia, perché Skolimovsky rimane uno scrittore d'immagini di grande seduzione (come non ce n'erano molti quest'anno). A Ferreri, creatore discontinuo e discutibile, ma indiscutibilmente geniale, di dimensioni poettiche straordinarie, qualche altra cosa, l'etichetta non ha molta importanza. Un gradino sotto questi film, alcuni altri: L'IMPERO DELLA PASSIONE, opera minore del giapponese Oshima, ma testimonianza di una visione cinematografica di grande tradizione e purezza di ispirazione. LA DONNA MANCINA di Peter Handke, opera prima dello scrittore tedesco che, anche se prende a prestito non poche cose dal suo amico Wim Wenders, e anche se il suo è un lavoro glacialmente di testa, vanta non pochi meriti. La lucidità descrittiva, la fantasia (in un'opera di evidente ispirazione letteraria) di saperci dipingere i sobborghi parigini come ancora non li avevamo visti. Ecce bombo di Nanni Moretti. Che rappresenta la rivelazione di uno sguardo satirico, genuino ed ispirato sul mondo dei giovani, e di quelli che stanno attorno ai giovani d'oggi. IL RICORSO AL METODO del cileno in esilio Miguel Littin, che segna una conversione al grottesco e all'allegorico dopo il tonfo dell'ultimo ACTAS DE MARUSIA. Anche se tutti si rendono conto che per il cinema politico è tempo di altre dimensioni (certamente quelle dell'analisi e della riflessione, e non più quelle del pugno chiuso o della parabola satirica), è certo che questo tono si confà assai più a Littin che non quello del realismo epico del suo film precedente. Poi ancora WHO'LL STOP THE RAIN di Karèl Reisz (ottimo premio d'interpretazione maschile a Nick Nolte, una delle rivelazioni) che se lascia qualche dubbio su un certo uso della violenza e dell'azione è però splendidamente ancorato nella tradizione di un certo cinema mitico americano. Quello dell'amicizia virile, quello dell'eroe triste e solitario alla Bogart. Oltre che a quella dell'arte dei secondi ruoli, della caratterizzazione, dell'uso dello sfondo a fini espressivi. E, per finire questa carrellata dei promossi, SPIRALE del polacco Zanussi: certo non uno che la vita ve la dipinge in rosa, o che vi dice le cose in faccia, con semplicità. Ma comunque l'opera, coerente nella propria sofferenza, di un autore ispirato e dolente che qualcuno ha avvicinato a Pavese. Se manca lo spazio, in queste occasioni, per motivare con un minimo di approfondimento promozioni e bocciature, e se per questo occorre rimandare la cosa a quando i film usciranno da noi (nella speranza che non arrivino soltanto i decorativi ed inutili PRETTY BABY di Louis Malie, ma anche alcune opere fra le migliori viste al di fuori del concorso, come GIRLFRIENDS di Claudia Weill Come dice il titolo del film di Marco Ferreri per noi maschi i tempi non sono allegri. Quanto sentito e genuino sia questo improvviso interesse del cinema per i problemi della donna, e quanto non dipenda dal fatto che ad andare al cinema sia sopratutto quello che, una volta chiamavamo gentil sesso, lo abbiamo chiesto a quasi tutti. E tutti, da Jane Fonda a Paul Mazursky, da Chabrol a Claudia Weill proclamano, è ovvio, la buona fede di questo cinema degli anni Settanta che si accorge che la donna non è soltanto il seno di Jane Russell o il didietro di Brigitte Bardot. Cannes '78 è stata in questo senso, clamorosamente, lo specchio fedele di una situazione ormai allo stato inflazionato. Dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Grecia alla Spagna, fino in Australia (a Cannes si sono visti molti film australiani, dei quali anche quello in concorso non era privo d'interesse), il tema di quasi tutte le pellicole che vedrete nei prossimi mesi è questo: la donna, finché se ne sta accanto al marito in regime di coppia, tanto per non dire matrimoniale, fa da tappezzeria. Nel migliore dei casi, riesce egregiamente a far gonfiare il soufflé. E' soltanto, e finalmente, a partire dallo sganciamento dal compagno (o marito, amante) che riesce ad esprimersi, a prendere coscienza della propria individualità. In ordine alfabetico, così come me li ritrovo sul programma, vi sintetizzo queste storie di donna. L'IMPERO DELLA PASSIONE di Oshima, Giappone: Il marito sta fuori tutto il giorno a tirare il risciò, e quando torna a casa la sera è troppo stanco per occuparsi della moglie, che gli ha scaldato minestra e sakè. Fatto fuori il marito, è con l'amante che la donna si realizza (sessualmente, perché questo è il campo di Oshima). Poi arrivano i rimorsi e la polizia, ma questo è un altro discorsoAN UNMARRIED WOMAN, di Paul Mazursky (USA) : qui il bravissimo autore di NEXT STOP GREENWICH VILLAGE fa sul serio. Il matrimonio è perfetto, perlomeno visto dall'angolazione del club di bridge, a letto, all'aperto, e visto dall'ammirazione invidiosa delle amiche. Poi il marito confessa di avere un'altra (che risulterà passeggera). E la protagonista, dapprima angosciosamente sola, poi lucidamente indipendente e compiuta (tanto da rinunciare alle proposte invidiabili di un Alan Bates, pittore diverso dal marito solo in apparenza, perché in fondo cerca anche lui la TV con le pantofole) ricomincerà la vita nello splendore, difficile ma notoriamente illuminato, dei suoi trenta-quarant'anni. UN SOGNO DI PASSIONE di Jules Dassin (Grecia) : di questo la storia non ve la racconto nemmeno, perché dell'attività femminista di Melina Mercouri sono al corrente tutti. CIAO MASCHIO di Marco Ferreri, Italia: che aria tiri, chez Ferreri, lo sappiamo da un pezzo... Nel suo ultimo film Gerard Depardieu finiva evirato. Qui, in una Nuova York dalla dimensione estetica assolutamente trascendente, l'uomo non c'è ormai più. Ridotto alla pura espressione riproduttiva (c'è un curioso, e per ovvie ragioni tecniche fallito tentativo di stupro collettivo sul solito Depardieu, da parte di un gruppetto di affascinanti fotomodelle nuovayorkesi) egli non solo rinnega la propria maternità, ma se ne sta in disparte con uno scimmiotto fra le braccia. Riproiettato indietro ai tempi degli uomini-scimmia, l'uomo è ormai assente dall'ultima inquadratura (splendida) del film. Sulla spiaggia profetica, nudi contro il sole, sono rimasti solo in due: la donna e il bambino. Come faranno poi in seguito, non si sa. COMING HOME di Hal Ashby (USA): qui siamo ai tempi del Vietnam, dei reduci e dei sacrosanti temi antibellicistici cari all'attrice, e produttrice, Jane Fonda. C'è il marito, traumatizzato dagli orrori della guerra, che alla fine si annega. C'è l'amico (un altro ottimo candidato al premio maschile, John Voigt) che è rimasto paralizzato ma che ha una bella storia d'amore con la Fonda. Ma c'è, inutile dirvelo, soprattutto il personaggio femminile. Quando lui se ne parte in guerra, lei era piuttosto sul cretino, capelli cotonati e, come frequentazione, circolo degli ufficiali. Quando lui torna (grazie, bisogna dirlo, anche al biondo Voigt; oltre che ad un lavoro di infermiera nell'ospedale militare) è in chiaro su tutto. Dal Vietnam al letto, ha capito tutto. Ancora, LA DONNA MANCINA di Peter Handke (Germania): donna apparentemente ben sposata, si separa. Inizia una solitudine a due; ma comunque, da quel poco che si capisce, non è che lei stia peggio di prima. UNA DONNA MOLTO MORALE, di Karoly Makk (Ungheria): l'ambiente non è qui particolarmente emancipato, trattandosi di un bordello fine secolo. Ma i problemi, come è giusto, sono tutti di donne. GLI O0CCHI BENDATI, di Carlos Saura (Spagna) : Geraldine Chaplin è sposata ad un dentista. E' soltanto dopo aver cambiato il proprio domicilio coniugale che riesce a prender coscienza della realtà politica e sociale (tortura, ecc.) che la circonda, nella Spagna di qualche anno fa. PRETTY BABY di Louis Malie (Francia) : altro bordello, questa volta a New Orleans. Malle è sopratutto un raffinato decoratore, ma è chiaro che una piccola lancia in favore della ragazzina prostituita (ormai fin troppo celebre) proprio non poteva esimersi da spezzarla. VIOLETTE NOZIERE, di Claude Chabrol (Francia): celebre caso giudiziario. Una donna fa fuori il padre col veleno, e quasi ci riesce con la madre. E' solo attraverso questo invero arduo cammino che Violette potrà sfuggire alla violenza morale, quotidiana, alla quale era sottoposta. Caso limite, difesa prima dai surrealisti, da Eluard e compagni, poi graziati dalla pena di morte, fino ad essere riabilitata definitivamente da De Gaulle dopo la guerra, Violette è un po' l'emblema di questo festival. Un buon due terzi degli autori presenti (non abbiamo nemmeno accennato alle opere delle rassegne parallele, alcune delle quali fra le migliori, nelle quali la donna era regina, finalmente non solo del focolare) pur non arrivando a consigliare alle loro protagoniste di far fuori freudianamente il padre (come Chabrol), o il marito (come Oshima), o la sorella (come Karen Arthur in THE MAFU CAGE) lancia comunque questo messaggio alle donne di tutto il mondo. Se volete comprendere, prima che sia troppo tardi, la realtà sociale o politica che vi sta attorno, la vostra sessualità, il mondo che vi ha preceduto e quello che si prepara; comprendere, insomma, voi stesse, non avete che una scelta, improrogabile e definitiva, salutate il maschio.

Per informazioni o commenti: info@films*TOGLIEREQUESTO*elezione.ch

 
 
Elenco in ordine


Ricerca






capolavoro


da vedere assolutamente


da vedere


da vedere eventualmente


da evitare

© Copyright Fabio Fumagalli 2017