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GIORNATE DEL CINEMA SVIZZERO DI SOLETTA 1976 (1) : IL VUOTO DIETRO AI SOLITI NOMI
  Stampa questa scheda Data della recensione: 5 febbraio 1976
 
Roy, Champion, Imhoof, Koerfer, Dindo, Schmid (1976)
 

Mercoledì A Soletta nevica. Ma piove sul bagnato di una situazione che alla vigilia sembrava scongiurata. Ben quattro dei lungometraggi annunciati in programma sono ritirati all'ultimo momento: Die Maga, di Louis Jent, perché il produttore (la televisione svizzera tedesca) ne ha vietato la proiezione. L'atteso Le grand Soir di Francis Reusser, poiché la copia del film non sarebbe ancora terminata... The Bus di Bay Okan perché al film viene negata la qualifica di «svizzero» dalla sezione cinema del Dipartimento degli Interni. Ed infine Aquarìan Age, di Guido Franco per il semplice fatto che sia l'autore che l'opera sono letteralmente scomparsi.

Le prime due giornate della manifestazione escono malconce da queste defezioni: non bastano il documentario «poetico» L'Eolienne di Michel Soutter né l'ormai rimasticato Pas si méchant que ça di Goretta a risollevare gli spiriti. Una nota polemica è costituita dal documentario di Peter Krieg Flaschenkinder che illustra l'ormai celebre faccenda «baby-killer» della Nestlé: le conseguenze drammatiche della nutrizione col latte in polvere somministrata ai neonati del Terzo Mondo senza le più elementari indicazioni igieniche in nome del profitto.

Un oasi di cinema: i tre minuti di Rolf Lyssy (l'autore di Konfrontation) sui discorsi di Gnägi e di alti graduati in varie manifestazioni militari. Un montaggio rapido ed acuto, non privo di una sottile ferocia, eseguito esclusivamente su del materiale del Cine Giornale Svizzero. Come dire, una bella riuscita.

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Giovedì L'atmosfera delle conferenze stampa, un tempo celebri per la loro vivacità è depressa. Mancano i film, mancano gli autori, gli stimoli alle discussioni. Passano alcuni documentari di livello televisivo medio: cioè assai scadenti. Il problema della vecchiaia, Bengladesh, istituti psichiatrici: sprazzi di interesse, argomenti già trattati molte volte in passato e, soprattutto, un livello creativo modesto A volte privo delle più elementari intuizioni di scrittura cinematografica. Non ne è privo, pur nella modestia del super otto nel quale è stato girato (anzi, proprio per questa modestia) il film di Tula Roy, Lady Shiva, momenti della giornata di una prostituta zurighese commentati vivacemente dalla stessa protagonista. Nulla di straordinario: ma l'agilità del piccolo formato (in seguito gonfiato in 16 millimetri) conferisce quella elasticità psicologica al racconto che è tipica del mezzo e che ne determina l'interesse.

In serata, finalmente, il tono si rianima: merito di Claude Champion, del Gruppo di Tanner e di Markus Imhoof. Del primo, uno dei migliori documentaristi svizzeri, si vede un cortometraggio girato sul Kreuz di Soletta, noto locale della città vecchia gestito da un gruppo di giovani: un'opera non fra le più impegnate di Champion. Ma la mano è quella del cineasta non solo di nome. Il Gruppo di Tanner presenta Tante Celie, ritratto sensibile di una vecchia contadina ritiratasi con i suoi ricordi in una. cascina di montagna, un bei personaggio: quante cose del genere si potrebbero fare in Ticino...

Markus Imhoof si era imposto l'anno scorso con un lungometraggio di finzione girato nelle carceri di Basilea di ottima fattura: Fluchtgefahr. Si è ripetuta questa proiezione: ma facendola precedere da quella di Rondo, quaranta minuti in 16 mm che Imhoof aveva girato nel 1968 e che la polizia di Zurigo aveva proibito finora. Rondo è stato girato con veri carcerati, veri secondini. L'altro, con attori professionisti: ma la differenza non viene da questo. Rondo è condotto con un rigore, un desiderio di autenticità ammirevoli. Dietro alle immagini della vita nelle prigioni si sente che l'autore ha dato tutta la sua emozione, senza compromessi. La denuncia nasce spontanea, lo spettatore è colpito immediatamente. Soprattutto valida è la scrittura del film, che ha momenti splendidi nella descrizione dell'atmosfera del carcere. E' dal punto di vista dell'approfondimento ideologico, della ricerca delle motivazioni che il lavoro di Imhoof convince meno. Fluchtgefahr ne è la conferma: non è soltanto per l'esigenza di commercializzazione che il lungometraggio appare come un passo indietro rispetto a Rondo. Ma svelano nell'autore dei desideri più o meno consci di venire al compromesso: di preoccuparsi oltre il lecito della destinazione del messaggio, di mettere molta acqua nel proprio vino, di guastare con troppe esitazioni e tentazioni un talento descrittivo indubbio.

Venerdì Malumori e discussioni. Malumore perché si viene a sapere, più o meno ufficialmente, che i lungometraggi ritirati avrebbero potuto essere presentati. Ma i produttori, proprio come facevano una volta gli americani a Cannes, non ci tengono a portare qui delle opere di interesse anche commerciale temendo eventuali stroncature critiche. E' un tema già affiorato l'anno scorso che mette in forse la giustificazione di una rassegna come Soletta, non competitiva, ma che si vuole mercato e specchio della produzione nazionale. Mercato aperto, in nome del quale si vedono opere più che insignificanti passare sugli schermi; per poi vedersi negate le pochissime opere di rilievo. Discussioni sul tema eterno delle sovvenzioni. Che si protraggono, con determinazione propriamente etnica, fino alle due di notte. E che sono sempre le solite: a chi dare i soldi, all'élite o alla base, ai lungometraggi o ai debuttanti? La verità è che sì, i soldi sono pochi, e forse mal distribuiti. Che sì, qualche diecimila franchi a dei debuttanti farebbe forse nascere qualcosa. Ma che è il cinema svizzero a star poco bene. Si ha un poco l'impressione, qui a Soletta, che si voglia tenere in vita il morto. Innanzitutto: perché un cinema svizzero? Quasi che, finalmente contenti di avere qualcosa che non fosse la cioccolata e gli orologi a cucù, volessimo assolutamente far funzionare in eterno il giocattolo che alcuni romandi hanno fatto funzionare per una decina di anni. Tanner e compagni hanno detto quelle cose, importanti, che tenevamo dentro di noi da troppo tempo; i temi ben noti di una angoscia nazionale, mal camuffata dal benessere e dal conformismo di casa nostra. Ma quel momento è finito, il cinema svizzero inteso come quell'espressione è morto, così come è morto il neorealismo italiano. Le opere che si fanno adesso (l'asse si è spostato sulla Svizzera tedesca) sono svizzere in parte minima.

Daniel Schmid e Koerfer fanno dei film che sono internazionali prima che svizzeri, ed è giusto che sia così. D'altra parte: esiste oggi un cinema italiano, o francese? Qual è il loro denominatore comune? Ma è solo qui che ci si agita per mantenere in vita un fantasma. Il punto critico è forse la mancanza di una teoria, di una base teorica da discutere e da sviluppare. I giovani debuttanti svizzeri imparano il mestiere all'estero, hanno alcuni film di notevole valore da guardarsi, ma si ritrovano in seguito privi di qualsiasi direttiva, contatto, punto di riferimento. Da qui, forse (oltre che dal fatto di essere un paese piccolo nel quale, per un semplice calcolo di probabilità, non può nascere un genio del cinema ogni anno...), ecco quella che sembra essere la situazione attuale: crisi di ispirazione, mancanza di nuovi talenti.

In serata, uno dei rari momenti validi della rassegna: Der Gehulfe, di Thomas Koerfer, tratto da un romanzo di Robert Walser. Koerfer, che aveva presentato 2 anni fa un film noto ormai anche fuori i confini (La morte del direttore del circo delle pulci) è uno degli autori svizzeri dallo stile e dalle idee più chiare. Immagini estremamente ricercate (e ancora una volta si nota la sapienza del bellinzonese Renato Berta, che passa come direttore della fotografia dalle opere di Tanner a quelle di Schmidt o di Koerfer con una facilità di adattamento straordinarie), attenzione fuori dal comune per l'ambientazione, lo sfondo. Tutto ciò, Koerfer lo vuole al servizio di un discorso (ben presente in Walser) sulla borghesia, sui rapporti fra le classi, la presa di coscienza di queste differenze nel quadro della Svizzera di inizio secolo. Il regista zurighese non ha sicuramente voluto illustrare sontuosamente il romanzo d'epoca: tuttavia, lo stile di Koerfer, pur nella sua attenzione per i significati ideologici, tende ad allontanarlo dai temi trattati. Non voglio parlare di estetismo: ma è certo che dall'estrema preoccupazione di formale di Koerfer non sempre lo spettatore riesce a percepire i legami con le idee. Ne nasce spesso un sentimento di freddezza, di mancanza di vibrazioni espressive che guastano in parte un lavoro per molti versi assai maturo e consapevole.

Sabato Finalmente il tono della rassegna prende quota. Non tanto per le novità (è purtroppo il tema di Soletta 76) quanto per i nomi già affermati. Richard Dindo ha svolto un bel lungometraggio - inchiesta su uno dei 17 «traditori della patria» fucilati in Svizzera durante l'ultima guerra: Die Erschiessung des Landesverräters Ernst S. Pur rimanendo in una stesura assai tradizionale (interviste, uso di spezzoni del Cine Giornale dell'epoca, immagini attuali dei luoghi dove si svolsero gli avvenimenti) il regista riesce ad evadere dalla semplice ricostruzione documentaria e storica. Grazie ad un uso intelligente del materiale (scarso, evidentemente...) a disposizione fa del suo film una meditazione su un certo tipo di vendetta sociale. Con leggerezza espressiva, quasi con poesia, Dindo ci fa ben comprendere come anche in materia di spionaggio non siamo eguali: finisce più facilmente davanti ad un plotone di esecuzione il povero cristo che per qualche franco ha rubato un paio di granate inoffensive, che non il celebre fabbricante di cannoni che fornisce i suoi prodotti all'estero. Con la benedizione delle autorità.

Finale prestigioso con la «vedette» del cinema svizzero contemporaneo: Daniel Schmid arriva all'ultimo momento con una copia fresca di laboratorio di Schatten der Engel. Né lui, né Ciccio Berta (sempre lui) hanno ancora visto il film completato. Nella sala da 400 posti ci saranno 800 persone, la traduzione è approssimativa, la proiezione s'interrompe per cambiare le bobine, la mezzanotte è trascorsa da un pezzo, il caldo soffocante, la gente seduta per terra. Giudicare in quelle condizioni un'opera di rottura come quella di Daniel è impossibile, come impossibile è rintracciare i fili conduttori dei molti significati che il regista grigionese propone. Si tratta, è un mio parere a caldo, di una svolta non so se definitiva nella carriera di Schmid: le atmosfere barocche, deliranti, l'accentuazione espressiva nell'uso delle luci, dei colori, delle musiche, dei suoni, della decorazione, del trucco che proiettavano Heute Nacht oder Nie e La Paloma in un universo fantastico e poetico del tutto particolare si sono smorzate, modificate.

Probabilmente, l'incontro con Raìner Fassbinder (che ha scritto la sceneggiatura, oltre che recitare nel film) con le sue concezioni dello spettacolo, con le sue celebri condizioni di lavoro (Fassbinder gira i suoi film in poche settimane) hanno condotto Schmid ad una osmosi con il celebre tedesco che è difficile stabilire quanto voluta e quanto benvenuta. Schmid ha detto di aver voluto modificare il quadro che fa da sfondo alla propria opera: non ha detto, evidentemente, quale fosse la parte di Fassbinder in questa sua decisione.

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