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FESTIVAL DI LOCARNO 1978 (2)
  Stampa questa scheda Data della recensione: 17 agosto 1978
 
Panayotopulos, Angelopoulos, Amelio, Champreux, Von Trotta, Toback, ecc (1978)
 

A condizione che lo si integri ad una distribuzione per il resto dell'anno: è un festival sulla strada giusta. Conti alla mano, anche se discutibili conti da farmacista, ci dicono che il festival di quest'anno è stato probabilmente il migliore degli ultimi tre anni. Malgrado le maldicenze, spesso, interessate ed in malafede, quasi sempre sparate a vanvera con un qualunquismo desolante., Occhio infatti alle stellette che trovate inquadrate a fianco: si tratta di un giochetto, ma che riflette pur sempre l'umore, non sempre benevolo, di una critica internazionale. E che finisce col dire più di quello che parrebbe a priori. E cioè: che la Tribuna Libera, i film fuori concorso scelti da This Brunner, Teresa Scherrer e David Streiff, si mantiene sempre su un lodevolissimo livello.

Ha presentato quest'anno due capolavori, il film di Olmi, «L'albero degli zoccoli» e quello di Cassavetes, «Opening night»; e sei pellicole di alto interesse, «Regno di Napoli», di Schroeter, il western di Monte Hellman; «Comme à la maison », delle Meszaros, «Harlan county» di Perry, «Fluchtweg nach Marseille», e il film della tedesca Sander. Ricordo che un anno fa la stessa sezione aveva presentato un film di Godard e uno di Straub, uno della belga Ackerman e ugualmente della Meszaros, «Le camion» della Duras e l'ultimo Bresson, «Le diable probablement ». Senza contare la proiezione speciale di «Padre padrone». Due anni fa, il lavoro di reperimento dei tre svizzeri tedeschi. si era distinto con un film del tedesco Alexander Kluge, col celebre « Impero dei sensi» di Oshima, su «Flocons d'or» di Schroeter, con un film della Canders e uno ancora della Duras (come si vede, ci sono delle costanti...). Riesumando infine due Pasolini, «Mamma Roma» e «Accattone».

Una volta eliminati i film che non erano in competizione, le stellette in questione ci dicono anche che la Giuria di quest'anno si è riabilitata (perlomeno per quel che concerne la massima ricompensa), dopo lo scandaloso 'verdetto di un anno fa, quando al solo film innovatore presentato, il sudafricano, era stato preferito la disgraziata ed impotente illustrazione del «Gramsci». Premiando " I fannulloni della valle fertile ", opera prima del greco Nikos Panayotopulos, l'hanno, questa volta, azzeccata. Sulla scia del più celebre esponente, Theo Angelopoulos, il cinema greco sembra imporre un proprio modo di tradurre la lezione della storia politica in linguaggio cinematografico. Quello dell'allegoria, risuscitata e nobilitata da un ritmo di grande sapienza, che le conferisce profondità e verità eterne; e da tutto un gioco registico, meditato fino all'esasperazione (specie in Angelopoulos) nel quale gli attori sono iscritti in una geometria di movimenti di macchina, di occupazione dello spazio, di impiego della musica. Più discutibili gli altri premi, che avrebbero dovuto evidenziare la presenza dell'altra opera di grande interesse, l'italiano «La morte al lavoro» di Amelio. Visionato frettolosamente in anticipo sul video, il film italiano non sembra aver suggerito nulla alla giuria. Eppure si è visto, forse per la prima volta sullo schermo grande, un uso di grande intelligenza creativa del «video-tape», la registrazione elettronica su nastro; poi trasportato su pellicola cinematografica. Amelio è sicuramente uno dei registi italiani di domani: il suo modo di osservare la realtà e di tradurla in fantastico è essenzialmente cinematografica. E così l'uso che egli fa dell'ambiente, delle luci, della musica. Meditazione, pure allegorica, sul cinema, sulla fuga e alienazione nei suoi miti, su una frase celebre di Cocteau («le cinema, c'est la mort au travail sur les acteurs»), straordinario esempio di come si possa creare un proprio mondo poetico in cinema con trentamila franchi, «La morte al lavoro» è stato uno dei grandi momenti di questo festival. Ancora sulla giuria, diciamo che maggiormente andava segnalata la dirittura morale ed estetica, la linearità e l'efficacia del film franco / senegalese «Bako». Descrivendo la tragica odissea dell'emigrazione africana verso l'Europa, il faticoso incontro fra il mondo del capitale e del lavoro, fra quello bianco e quello nero, l'opera di Jacques Champreux, al di là di qualche sua ingenuità, rimane una tappa importante per l'emancipazione del cinema del Terzo mondo.

Ma, ed è forse la cosa più importante per un giudizio sulla manifestazione, le schematiche indicazioni della tabella accanto, ci dicono anche che il concorso, le opere cioè che Locarno ha portato inedite sul suo schermo, è stato in definitiva meno negativo di quello che appariva nei primi giorni della manifestazione. L'edizione '78 ci ha infatti offerto alcune opere di indiscusso interesse. In ordine decrescente: « I fannulloni della valle fertile » di Nikos Panayotopoulos (Grecia), «La morte al lavoro », «Girlfriends». E, un gradino più sotto, «Bako», «Il profumo dei fiori di campo», il controverso «Fingers», il premiato film della Polonia e anche il dimenticato esordio della Von Trotta, «Il secondo risveglio di Christa Klaages». Come vedete, non è poco. Anche se i confronti sono spesso antipatici, facciamoli pure. Un anno fa, ritirate dal cartellone le due opere tedesche di Fassbinder e Hauff che si sono rivelate in seguito assai interessanti, il Festival presentò, praticamente, una sola grande nota d'interesse: la rivelazione dell'esistenza di un cinema sudafricano del dissenso con l'ottimo «The guest». Opere dignitose furono l'americano «Passing through», l'italiano «Un anno di scuola », il russo «La corona dei sonetti», ed i due film svizzeri, quello della Moraz e di Villy Hermann. Ma il bilancio è chiaramente a favore dell'edizione di quest'anno. Lo stesso discorso vale per l'edizione del '76, che fu salvata dalla grande covata (probabilmente, ahimè, l'ultima grande covata) del cinema svizzero: fu l'anno di «Le grand soir», «Jonas» e «Der Gehulfe» di Koerfer; oltre che di «Schatten der Engel», di Schmid, presentato nell'informativa. Ma, accanto agli svizzeri, due sole opere di valore, il grande etiope «La raccolta» (portato però di peso dalle rassegne collaterali' di Cannes, come, d'altronde quest'anno «Girlfriends» ed il film jugoslavo) di Gerima; e il tedesco «Fangschuss» di Schloendorff. Ai quali si poteva aggiungere l'americano «Pleasantville» ed il discutibile «L'affiche rouge». Tutto questo per dire che giudizi qualitativi sui film presentati (che sono poi l'aspetto forse non determinante in sede di giudizio sulla manifestazione) «vanno fatti con minor approssimazione e gusto della polemica di quello che si è sentito fino alla noia nei giorni sporsi. Come sempre in queste occasioni, manca lo spazio per parlare dei film. Lo si è fatto nel numero scorso, per la prima metà del festival, e da Cannes per il capolavoro di Olmi, che ha attirato sulla Piazza il pubblico record di 3500 spettatori. Sui film più interessanti visti a Locarno, (e comprendiamo anche il fischiatissimo americano «Fingers», che rivela però sicuramente un nuovo talento di quel cinema-, James Toback, incapace, come spesso gli americani, di dipingere la violenza per condannarla, e non per farne spettacolo; ma col geniaccio dell'ambientazione, dell'uso dei suoni e della musica, della direzione degli attori, della pittura paradossale di certi personaggi) si spera di ritornare quando i film usciranno sui nostri schermi. E quel «si spera» ci introduce, come sempre, alla classica conclusione di ogni festival. Quanto esaminato in questo articolo ci induce a concludere su tre punti fondamentali che concernono il futuro di Locarno: continuazione del reperimento dei film in concorso sulla via seguita finora, ma eliminando qualche partecipazione inutile da un programma risultato troppo carico. Incremento delle pellicole non inedite ma in anteprima svizzera, di grande valore artistico ma accessibili ai non specialisti, da presentarsi in prevalenza sulla Piazza! E allargamento del lavoro di divulgazione del festival sul resto dell'anno. Locarno deve perseguire uno scopo principale: quello di far conoscere e amare il buon cinema. Ma deve anche accontentare due platee diverse: quella delle sale, e quella della Piazza. Gli specialisti e la massa. Che lo si voglia o meno questa è la situazione, imposta da molti fattori che ben conosciamo. Pur cercando di integrare le due cose progressivamente (di far amare, cioè, alla massa, il filmetto del paese africano) occorre, secondo noi, far in modo che lo spettatore non sia obbligato a confrontarsi con qualcosa al quale non è preparato. Perché il risultato sarà soltanto quello di farlo scappare dal cinema, magari per sempre. Quindi : si diano alla sera, in piazza, dei grandi film anche soltanto inediti per la Svizzera, ma non necessariamente in competizione. Quest'anno con degli Olmi, Cassavetes, Muzursky, Saura, Skolimovsky, Wilder, Handke, e altri, ce n'era a sufficienza per comporre un programma che avrebbe assicurato un grande film al giorno. Si continui con la competizione così come ora, ma proiettandola anche alla sera, in parallelo alla piazza, in una sala. Chi preferirà il film «studio » a quello passato in piazza, potrà così scegliere. Ma non si continui scioccamente ad invocare, dai film in competizione a Locarno, il capolavoro giornaliero. Per il semplice fatto che di capolavori ne escono pochi all'anno; che la maggior parte va a Cannes; e che dal cinema, per una ragione o l'altra, emarginato, è già un miracolo se, su una ventina di film, ve ne siano una mezza dozzina di realmente interessanti. Infine, eterno ma sempre più assillante problema, si cerchi di allungare i tempi. Se il festival dura dieci giorni, in un Ticino che per il resto dell'anno possiede a mala pena un paio di cineclub, diventa sempre di più una manifestazione non solo inutile, ma quasi provocatoria. Film come quelli che abbiamo citato devono poter esser visti. E' semplicemente scandaloso il fatto che l'opera di uno dei più grandi poeti dello schermo, John Cassavetes, sia praticamente ignorata dalle nostre sale. E che le opere che marcano i pochi progressi, espressivi, o politici, o sociali, che quest'arte compie nel mondo, non vengano nemmeno prese in considerazione da una distribuzione (ma anche da una platea scarsamente informata ed educata !) che soltanto risponde alle regole più tristi dell'evasione volgare e del profitto. Se a Locarno qualcosa deve cambiare è, innanzitutto, in questo senso. Che gli uomini di buona volontà si facciano innanzi...

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