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L'UDIENZA Film con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggioFilm con lo stesso punteggio
  Stampa questa scheda Data della recensione: 6 dicembre 1979
 
di Marco Ferreri, con Enzo Jannacci, Claudia Cardinale, Ugno Tognazzi, Michel Piccoli, Vittorio Gassman (Italia, 1971)
 

Parlare di capolavori, usare un metro di giudizio con un regista che, lo vedremo in seguito, rifugge dall'idea che normalmente ci si fa della qualità, è più di sempre un controsenso. Ma è un fatto che queste opere di Marco Ferreri che la televisione italiana ci propone da alcune settimane, mantengono intatte nel tempo non solo la loro proverbiale carica di provocazione, ma anche quel fascino sottile che conduce alla poesia. Ferreri, lo sappiamo da tempo, è il regista della provocazione, dell'arte di tendere gli effetti, di giungere ai confini delle regole. A qualcuno che segue questo cammino è difficile chiedere la continuità, la pienezza, la sicurezza. E infatti la sua opera è discontinua. Ma i film migliori che ci ha proposto questa retrospettiva, L'ape regina, DilIinger è morto, L'udienza, ci rinviano alle grandi opere degli ultimi anni, La grande abbuffata, L'ultima donna e Ciao maschio. Ci mostrano non solo uno dei temperamenti più originali del cinema contemporaneo, ma anche la nascita di uno dei quadri più lucidi, crudeli e conseguenti sulla condizione dell'uomo di oggi.

L'udienza, come tutto il cinema di Ferreri, si situa a metà strada fra l'analisi sociologica e la metafora poetica. E ci mostra dei personaggi- simbolo, delle entità astratte, degli esempi di comportamento Questo Jannacci che si reca a Roma con la vocazione impossibile di parlare al Papa della propria angoscia è, come tutti i personaggi di Ferreri, un Individuo non integrato nella società, senza un passato, senza un presente che lo leghi al mondo che lo circonda. Il risultato di tutto ciò, come ha borbottato Ferreri nella straordinaria apparizione (chiamarla intervista sarebbe un controsenso...) che ha seguito il film, è qualcosa che si può leggere in molti modi. Innanzitutto, la storia di un uomo che non riesce a parlare col Papa, isolato al centro di una struttura burocratica che ha molto di materiale e poco di spirituale: in questo senso, come si scrisse all'epoca (1972), un film anticlericale più che antireligioso. Ma L'udienza è anche l'adattamento di un vecchio progetto di Ferreri, Il castello di Kafka: ed ecco che il discorso del film si allarga ad una meditazione sul potere, mistificatorio e repressivo.

Ridurre però il cinema di Ferreri ai suoi significati sociologici equivale a negarne la dimensione poetica. Il finale del film, con la risata enigmatica di Jannaccl prima di morire, l'apparizione del nuovo questuante che si sostituisce a quello annientato dal potere, con la relativa rimessa in questione dei significati, proiettano ad esempio L'udienza in quella dimensione misteriosa e perfetta che appartiene alla poesia. E cosa dire dello splendido personaggio interpretato da Claudia Cardinale (certamente uno dei più interessanti della sua carriera)? Facile trovarne il significato: in lei il protagonista ritrova la madre, così come nel pontefice cercava il padre. Ma Ferreri, facendo buon uso dell'ambientazione, crea attorno agli incontri di Jannacci con questa call girl vaticana, una atmosfera al tempo stesso dolce e ambigua, nella quale l'amore spirituale e quello profano si coniugano con beffarda, ed al tempo stesso intenerita virtuosità.

A L'udienza non mancano i difetti, a cominciare dal protagonista che non sempre gioca sui medesimi registri dell'autore. Per finire a quegli accenni ai temi politici di allora (trame nere, ecc.) che non sempre legano col resto. Ma importante è iscrivere il film, per apprezzarne appieno l'interesse, nel lungo, straordinario discorso, che Ferreri compie da tempo. Osservati con un'ironia ed una tenerezza che li salva da ogni intellettualismo, i suoi personaggi (dei quali il protagonista de L'udienza è un capostipite) sono gli ultimi, disperati ribelli in un mondo distrutto. A mali estremi, estremi rimedi: l'eroe ferreriano è conscio del fatto di dover cambiare, di dover infrangere delle regole imposte da una società abbandonata (proprio come quella di Bergman) da Dio. Cinema dell'ultima spiaggia, iconoclasta e assoluto come pochi altri, quello di Ferreri non è mai cinico e gratuito; e termina quasi sempre in un atto di continuazione, di speranza. Perché come ha detto il regista a proposito del protagonista de L'ultima donna: “Un atto di rivolta non è mai un atto di disperazione”.


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