YAABA

di Idrissa Ouedraogo, con Noufou Ouedraogo, Fatimata Sanga (Burkina Faso - Svizzera, 1989)

Recensione di Fabio Fumagalli (giudizio: 3 stelle su 4)

Due sequenze identiche aprono e concludono YAABA: la corsa del ragazzino Bila che, nella savana appena fuori dal villaggio, insegue la sua amica Nopoko. Questa simmetria non nasce a caso: essa esprime la volontà di equilibrio, il desiderio di ciclicità, il raggiungimento di quella serenità che rappresenta la costante di questo secondo film del regista del Burkina-Faso.

YAABA (la nonna del titolo) è il terzo elemento del film: gli amori adolescenziali dei due protagonisti si rispecchiano in questa vecchia, che vive ai margini del villaggio, scacciata poiché nubile e sterile, e quindi malvagia. I rapporti fra i due ragazzi e la vecchia non dettano solo una storia di buoni sentimenti, come saremmo portati a concludere da frettolosi spettatori occidentali, rotti alle presunte furbizie delle costruzioni drammatiche di un cinema rivoltato in mille modi. Essi servono invece a mettere in relazione due spazi, in un film nel quale lo spazio, e l'uso stilistico che se ne fa, sorregge e detta la grandezza della costruzione: quello del villaggio, e quello esterno alla comunità. Nel primo ha luogo la commedia della convenzione, del pettegolezzo, delle regole - seppur primitive - sociali. Nel secondo, inserito nell'ordine naturale, dominato dal contrasto fra la linea dell'orizzonte e la verticalità delle figure che vi si stagliano, lo scontro fra le leggi eterne che governano l'uomo.

La grazia, il fascino del film nascono dal fatto che questi contrasti, lungi dall'essere espressi simbolicamente, o miticamente, o peggio ancora contemplativamente, si svolgono sullo schermo con estrema semplicità: con un realismo vicino alla cronaca etnografica che, non a caso, ha fatto parlare di Flaherty, Murnau, o Rossellini. Al contrario di quello di un Souleymane Cissé che, nel visionario YELEEN rifiuta l'aspetto tradizionale della costruzione drammatica e della visione registica per giungere al magico, il cinema africano di Ouedraogo non rinnega l'antica semplicità. Nella sua essenzialità stilistica, nella modestia estetica che gli permette al tempo stesso di guardare al quotidiano come all'eterno, sembra ritrovare quell'innocenza e quella purezza che il cinema occidentale rincorre con sempre più faticosi procedimenti intellettuali.

Data della recensione: 19 gennaio 1990

Stampato da www.rsi.ch/filmselezione il 31 marzo 2020
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