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  Stampa questa scheda Data della recensione: 9 dicembre 2009
 
di Villi Hermann, documentario (Svizzera, 2009)
 

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Villi Herman sembra volersi sempre più dedicare ai ritratti di fotografi e del loro universo poetico. Dopo il ginevrino Jean Mohr del 1992, dopo il luganese Christian Schiefer di MUSSOLINI CHURCHILL E CARTOLINE (2003), dopo il franco-ticinese Jean-Pierre Pedrazzini di Paris-Match caduto prematuramente sul terreno (PEDRA, REPORTER SENZA FRONTIERE, 2006), ecco quello di Andreas Seibert, fotoreporter di spicco nella realtà nazionale dell'ultima generazione.

Come i cento milioni in erranza alla ricerca di una occupazione ai quali si riferisce il suo bellissimo titolo, Hermann ha attraversato per tre anni con il suo nuovo docu-fiction la Cina. Sulle tracce di Seibert, con il quale si direbbe aver lavorato in perfetta, reciproca simbiosi: tanto l'alta qualità della scelta delle inquadrature sembra averli accomunati. Parlato in mandarino, cantonese, sechuanese, inglese e…schwyzerdütsch, intercalato da frammenti del diario di viaggio dell'autore, fuso nelle musiche originali, sfuggito alla censura grazie alla leggerezza della troupe (solo Hermann, alla camera HD, il fotografo e l'interprete), il film riesce quasi miracolosamente a penetrare in alcune delle realtà meno esplorate dell'immenso territorio.


A questo interesse per i contenuti del primo film del cineasta svizzero interamente girato fuori dal proprio paese si somma un'elaborazione espressiva costantemente in equilibrio fra urgenza dell'informazione e poesia dello sguardo. Cosi, dopo i primi lavori importanti eseguiti nel Seeland bernese sui coltivatori di cavoli (in gran parte immigrati stranieri) l'opera di Seibert, come il film, si trasferisce in Giappone; da dove il fotografo si era spostato in tutta la regione asiatica, dalla Cina a Singapore o alla Corea, lavorando per Times Magazine, Newsweek, Washington Post, Bilanz o Cash.


" From Somewhere to Nowhere", da Tokio alle Gyosho, le venditrici di frutta e verdura in Cina, con uno sguardo particolare, nella zona di Guangzhou - Shenzen, alla città di Phoenix City sorta in modo frenetico fra le risaie, il film s'incolla ai "Min dong", i 150 milioni (!) di migranti che vagano dalle zone rurali piu povere per vivere in condizioni particolarmente precarie (un letto e circa tre metri quadrati di "sfera privata"). Con l'occhio di Seibert, cosi accomunato a quello di Hermann, per unica commovente e lucida compagnia.

(09/12/2009)

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Villi Herman seems to increasingly want to devote herself to portraits of photographers and their poetic universe. After the Geneva-born Jean Mohr in 1992, after the Lugano-born Christian Schiefer in MUSSOLINI CHURCHILLS AND POSTCARDS (2003), after the French-Turkish Jean-Pierre Pedrazzini in Paris-Match who fell prematurely to the ground (PEDRA, REPORTER WITHOUT FRONTIERS, 2006), here is the one of Andreas Seibert, a leading photojournalist of the latest generation.

Like the hundred million wandering in search of an occupation to which his beautiful title refers, Hermann has been travelling through China for three years with his new docu-fiction. In the footsteps of Seibert, with whom he seems to have worked in perfect, mutual symbiosis: so much so that the high quality of the choice of shots seems to have brought them together. Spoken in Mandarin, Cantonese, Sechuanese, English and Schwyzerdütsch, interspersed with fragments of the author's travel diary, merged in the original music, escaped censorship thanks to the lightness of the crew (only Hermann, at the HD camera, the photographer and the interpreter), the film almost miraculously succeeds in penetrating some of the less explored realities of the immense territory.

Added to this interest in the content of the Swiss filmmaker's first film shot entirely outside his own country is an expressive elaboration constantly balanced between the urgency of information and the poetry of the gaze. Thus, after his first important works in the Bernese Seeland on cabbage farmers (mostly foreign immigrants), Seibert's work, like the film, moved to Japan; from where the photographer had travelled throughout the Asian region, from China to Singapore or Korea, working for Times Magazine, Newsweek, Washington Post, Bilanz or Cash.

"From Somewhere to Nowhere", from Tokyo to Gyosho, the fruit and vegetable vendors in China, with a particular glimpse, in the Guangzhou - Shenzen area, at the Phoenix City that has sprung up frantically among the rice fields, the film glues itself to the "Min dong", the 150 million (!) migrants who wander from the poorest rural areas to live in particularly precarious conditions (one bed and about three square metres of "private sphere"). With Seibert's eye, thus joined by Hermann's, for unique moving and lucid company.

((09/12/2009)

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