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CANNES: A DUE GIORNI DALLA PALMA D'ORO
  Stampa questa scheda Data della recensione: 29 maggio 2017
 
 

Meglio evitare il tranello delle previsioni, a due giorni dal termine, quando ancora mancano Coppola e Ozon, Loznitsa e Doillon, Kawase, Ramsey o Hong Sangsoo. Meglio affrontare l’annosa relatività di qualche giudizio...:

*** The Square, di Ruben Ostlund (Svezia)

Premio della Giuria tre anni fa a Cannes per Turist (Forza maggiore) l’autore svedese non era passato inosservato. Non fosse che per la provocazione di quel  racconto: una famiglia svedese in vacanza nelle Alpi, la valanga che si arresta sulla soglia del ristorante, il capofamiglia che se la dà a gambe, incurante del resto della famiglia. L’altruismo rimane anche il tema in sottofondo di questoThe Square, a prima vista una satira (a tratti irresistibile) sull’universo dell’arte contemporanea; oltre che di certe talvolta cervellotiche strategie museali.

Ostlund tira tutto un po' alla lunga, situazioni e conclusioni: ma la sua satira non cade mai nella facilità della caricatura. Il conservatore del museo di Stoccolma al centro dell’azione rimane lucido, ma pure empatico nei confronti della società (talvolta della fauna) che lo circonda. Molte sequenze risultano cosi, oltre che di una sottile, sfrenata comicità, di un’intelligenza solitamente bypassata in questo genere di operazioni. E lo sfondo, irrinunciabile viatico per la scoperta di ogni film, è perfetto: lo spazio nordico, cosi razionale, spesso raffinato e sempre pulito, che contrasta mirabilmente con l’allegra dissacrazione dell’amara constatazione.

*  La lune de Jupiter, di Kornel Mundruczo (Ungheria)

Dai tempi del Pardo d'Oro di Locarno nel 2002 per Pleasant Days Kornel Mundruzco sembrava aver conquistato un posto tutto suo fra gli autori più convincenti dell'Est europeo. Nel 2014, White God vinceva al Certain Regard, grazie all’allegorie più che originale di un cane abbandonato sulla strada da un genitore insofferente. Ricercato in ogni angolo di Budapest dalla figliola, il cane assumeva un'aggressività che gli era sconosciuta; sempre più assecondato da una muta selvaggia, la società circostante.

La stessa ricerca del curioso, della responsabilità collettiva nell’indifferenza dilagante, il regista ungherese l’insegue in questa vicenda, di stretta attualità. Essa illustra il tragitto di un rifugiato siriano che tenta di entrare in Europa, ma viene ferito alla frontiera ungherese dal capo della polizia locale. Crivellato mortalmente di colpi non solo sopravvive; ma inizia a levitare, tale un angelo, al disopra dell’apocalisse sottostante. Buon per lui, meno per il film. Che inciampa da un impressionante realismo iniziale sulla condizione dei migranti, a una disinvolta denuncia politica e alla banalità del thriller. Peggio: verso le scappatoie mistico-religiose di un finale cristico.

**(*) 120 battements par minute, di Robin Campillo (Francia)

Il montatore di Laurent Cantet ci riporta agli Anni Novanta; alla sensibilizzazione sulla lotta all’AIDS incentrata, quasi come in un documentario d’epoca, sull’azione portata innanzi a Parigi dall’Act Up. E’ la storia di un confronto duro, dopo le prima impressione goliardica: l’indifferenza generale, addirittura la colpevolizzazione da parte della società, la medicina ancora impotente.

Tutto già visto, pensando agli allora scioccanti Les nuits fauves e N’oublie pas que tu vas mourir? Non esattamente: nel film di Campillo, lui stesso attivo in quel movimento, c’è inizialmente la resa quasi documentaristica della vivacità dei dibattiti. Ma progressivamente, il film si addentra in una intimità con i personaggi che, accostata alla freschezza dei giovani attori, finisce per conquistare l’emozione dello spettatore. Dal collettivo al privato; all’intimità dell’individuo, solo con la sua paura, la prospettiva della fine ineluttabile, l’illusoria consolazione di una sfrenata attività sessuale.


**  Wonderstruck, di Todd Haynes (Stati Uniti)

Due anni or sono, il lirismo sublime di Carol costituiva la Palma d’amore di chi scrive. Oggi, con Wonderstruck (Il museo delle meraviglie) Todd Haynes sorprende, differenziandosi. Adatta un romanzo per l’infanzia di Brian Selznick: una doppia fuga in direzione di New York, ma a mezzo secolo di distanza. Quella di Rose, la ragazzina sorda che nel New Jersey del 1927 sogna d’incontrare finalmente una diva del muto. Esattamente 50 anni dopo, l’itinerario identico di Ben, egualmente sordo in seguito a un incidente stradale; egualmente alla ricerca di un padre sconosciuto da sempre. I due itinerari si incroceranno nel Museo di storia naturale: lei, nel bianco e nero di una iconografia storica, lui nella modernità in technicolor degli Anni Settanta.

Due visioni destinate a fondersi aldilà della loro scissione temporale: acuito dal silenzio intimo dei due protagonisti, è forzatamente nello sguardo verso l’esterno, nelle sensazioni dettate dalla visione, che il film deve alimentarsi. In modo sapiente, come ci si poteva attendere dall’immenso illustratore di Lontano dal paradiso: ma anche inaspettatamente impotente nel significarsi in una costruzione drammaturgica fin troppo pensata e calcolata. Come in quella “magia” del museo, che il cinema ha sfruttato da tempo.

**  Happy End, di Michael Haneke (Austria)

I due grandi maestri presenti a Cannes 2017, Todd Haynes e Michael Haneke, hanno probabilmente compiuto un passo indietro rispetto alle opere, in pratica sempre gloriose, del loro passato. Conoscendo l’autore di Funny Games, Il nastro bianco o Amour era logico diffidare dall’apparente ottimismo del titolo: la crudele ma razionalmente umana lucidità dello sguardo, il profumo ambiguo del suo umorismo nero devono mantenersi inalterati nel cinema moderno.

Non è che la storia e le intenzioni di Happy End contraddicano quest’esigenza. Isabelle Huppert è alla testa di un’industria del nord della Francia che sta cedendo parte del capitale a causa dell’inadeguatezza del figlio. Suo fratello divorziato (Mathieu Kassovitz) sta riavendo la figlia avuta nel matrimonio precedente: Eva, la biondina dallo sguardo trasparente, che si esercita sul suo criceto per verificare le possibilità letali degli antidepressivi usati dalla madre. Cosi che, quando quest’ultima è annunciata gravissima all’ospedale, qualche idea lo spettatore inizia a farsela… Sotto gli occhi del patriarca immobilizzato in carrozzella (Jean-Louis Trintignant, di gran lunga il personaggio più convincente) ecco costruirsi allora il microcosmo di una emblematica, ricca e decadente famiglia borghese: del tutto ignara, nella propria dissoluzione, del dramma autentico dei migranti, ammassati attorno al contiguo porto di Calais.Tutto chiarissimo: se non fosse che la progressione drammatica dettata dal settantacinquenne maestro austriaco si architetta con qualche fatica.. Con, ovviamente, lampi d’ingegno, e un finale mirabile: ma una sceneggiatura da affinare, un montaggio che andrebbe forse rivisto, qualche sequenza eccessivamente protratta.

  

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